Sentierodistelle

 

 

 

 

.....................Quel virus..............

 

Quel virus straordinario che ha viaggiato per migliaia di chilometri passando le frontiere, le proibizioni, il tempo. E' nato nella profonda Louisiana quando un popolo di schiavi, anche per non morire dentro, ha iniziato a cantare e a plasmare gli austeri corali sacri dei propri aguzzini attraverso una libera e serena trasposizione della propria lontana cultura musicale africana. Nascono così gli "spirituals" che ci affascinano ancora oggi, dove il rapporto con Dio è fatto di gioia, speranza, e amore sincero. La strada " profana" di quel linguaggio nuovo ci ha consegnato il "blues", derivazione di quei " work songs", i canti del lavoro che scandivano la dura vita nei campi di cotone. E poi, quella straordinaria contaminazione, dopo successive evoluzioni, ha raggiunto altri luoghi degli Stati Uniti, trasformandosi in forme diverse. Nella stagione di Harlem, nel mitico "Cotton Club", nascono le stelle che ancora oggi sono un punto di riferimento storico e stilistico per chi ama il Jazz. C'è una zona di questo nostro Paese che, sul piano culturale, geografico, climatico ed esistenziale, è lontanissima da tutto ciò che rappresenta l'area di New Orleans con la sua storia, o dai locali fumosi di New York. Parlo del profondo Piemonte, delle sue colline coperte di vigneti, dove il profumo delle cantine si mischia agli aromi dei tartufi, delle sue pianure cosparse di vecchi cascinali, dei campi di frumento colorati nelle stagioni calde e bruni al tempo delle arature. Di quel bacino del Tanaro così diverso dal grande delta del Mississipi, anche dalla splendida Saint Louis. Mi riferisco a quel carattere un po' chiuso, forse conservatore della sua gente. A quelle albe invernali, quando la brina resiste al pallido sole. A quelle serate quando la gente restava al caldo nelle grandi cucine a scambiarsi la "bagna cauda", a mangiare castagne e a parlare delle proprie nostalgie, più che dei propri sogni. In questo contesto, anche quando un regime ottuso proibiva approcci con culture che riteneva aliene, nella case delle cittadine e nei casolari dispersi, c'erano dei ragazzi che stavano scoprendo un mondo sconosciuto, attraverso dischi rarissimi e preziosi arrivati chissà come, o attraverso un ascolto "carbonaro" della radio: il mondo di Ellington, Basie, di Benny Goodman. Di nascosto, molti di loro, apprendevano quel modo di intendere la musica con gli strumenti che stavano imparando a suonare nelle piccole scuole di musica o nelle bande di paese, e poi riflettevano le esperienze, quel linguaggio su altri. Per me questo è sempre stato un mistero: perché moltissimi dei più grandi jazzisti italiani sono nati in quei luoghi chiusi e isolati, così impossibili rispetto alle varie matrici di ciò che li ha affascinati. Perché proprio lì. E allora, alla fine della guerra, nelle grandi orchestre ritmiche della Rai si sentiva parlare quasi solo il piemontese. Accompagnavano Nilla Pizzi, Claudio Villa o la Torielli ma, nel cuore, sentivano Billie Holliday, la Fitzgerlad. Nelle serate libere si riunivano e suonavano come sapevano fare, liberamente, con i musicisti nati altrove. Nascevano quelle piccole formazioni che hanno inciso dischi storici forse più conosciuti ed apprezzati oltre oceano che in Italia. Così quelle nebbie, quel vivere ermetico proprio delle colline astigiane, dell'alessandrino, delle langhe, e della piatta pianura, ci hanno consegnato almeno due generazioni di strumentisti che hanno saputo guadagnarsi la stima e l'ammirazione del mondo internazionale del jazz.. Dino Piana, trombonista dalla grande tecnica, Glauco Masetti e Gianni Basso, fantastici sassofonisti, Sola, il grande batterista, Gianni Coscia, che sa piegare la sua fisarmonica, nata per le mazurche, ai canoni dell'improvvisazione e del suo altissimo gusto musicale così unico, sono solo una minima parte dei tanti altri che al momento mi sfuggono, e poi, mentre studiava legge, un poeta coniugava le sue visioni, che spesso vivevano in luoghi remoti, fuori dal tempo, con quel virus musicale che veniva da tanto lontano dalla sua Asti immobile. Paolo Conte è considerato, qui in Italia, uno bravo, forse un po' snob, ma nulla di più mentre, tanto per fare un esempio di quanto sia amato all'estero, a seguito di un suo concerto, "le Figarò", il giornale che ha dedicato quel titolo solo ai grandissimi, come Yves Montand o Edith Piaff, lo ha indicato come il nuovo re di Parigi. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe troppo lontano.

 

scritto da ultimomerò

 

grazie!